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Maria Pace

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... nel gineceo del Faraone...
By Maria Pace   
Not "rated" by the Author.
Last edited: Monday, August 13, 2012
Posted: Monday, August 13, 2012

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donne nel gineceo reale

brano tratto dal libro AGAR
di Maria Pace

"Piccola impertinente! Basta. Basta... ti abbiamo sentita.” Ridacchiò una delle
spose primarie del Faraone. Stava seduta su una grande stuoia intrecciata,
sepolta da cuscini e cassette piene di gingilli e profumi
“Non sposerai nessuno." riprese e continuò a ridere e a parlare con sua figlia, la
principessa Iter, su cui aveva appuntato ogni speranza da quando altre giovani
spose e concubine l'avevano soppiantata nel cuore del Faraone.
La vecchiaia riversa spesso sulla gioventù i sogni insoddisfatti!
La povera Iter si sottoponeva con pazienza e mansuetudine all'apprendimento
dell'arte della seduzione e all'uso di ogni mezzo appropriato: unguenti,
profumi, stoffe pregiate, gioielli. Quando, nell'ascoltare i suoi discorsi o nel
vederla impegnata in quell'arte, io storcevo il naso, Iter mi ripeteva che non
avevo ancora l'età per quelle cose. Poi mi guardava con un sorrisetto sciocco
capace di rimuovere il mio istinto di ribellione.
Iter era entrata da poco nell'età adulta ed io, che nell'infantile ingenuità avevo
creduto che n’avrebbe guadagnato in saggezza, ero terribilmente delusa nel
costatare che, se non si faceva caso al fisico, nel quale era in atto uno strano
cambiamento, nulla di mutato e tanto meno di migliorato c'era in lei. Come
sempre il tono della voce era irritante, l'espressione del volto fatua e le parole
erano sciocche e prive di senso.
"Quando scoprirai la dolcezza dell'amore che può darti un uomo, anche tu,
Agar, ti lascerai andare ai sospiri.- Iter mi lanciò uno sguardo veloce - Ma
prima devi perdere quell’orribile aria da serva di campagna." disse e tornò alle
sue ampolle per unguenti e ai suoi belletti.
Tutte le donne del gineceo apprezzavano unguenti ed oli profumati. Da mattina
a sera non facevano che farsi ungere e spalmare il corpo dalle ancelle per
rassodare la pelle e mantenerla morbida ed elastica. Nei Laboratori di Thot, i
profumieri sperimentavano ogni giorno per ottenere nuove sostanze profumate
e curative dalle tante piante che crescevano lungo gli argini del Nilo o nelle
oasi del deserto. Pthahor, il Profumiere reale, da quando aveva presentato al
Faraone la sua mesdemet, la ricercatissima galena nera fatta venire dai
giacimenti di Syene, era entrato nei suoi favori. Quella sostanza, che rendeva
più brillante lo sguardo, lo aveva anche guarito da una fastidiosa malattia agli
occhi, di cui Thutmosis soffriva da qualche tempo.
Mortalmente offesa nell'orgoglio, i simboli della mia dignità mestamente
adagiati sul petto gonfio di collera, mi sollevai sulle punte dei piedi per
scandire con voce squillante:
"Figlia di una..." e qui lasciai cadere un sanguinoso insulto che lasciò per un
attimo senza fiato madre e figlia.
Negli ultimi tempi avevo scoperto il valore provocatorio di certe parole e
atteggiamenti. Mi si diceva che se ne faceva uso solo tra quelli che vivevano
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lungo le rive del Nilo o nei sotterranei della Città dei Morti. Ciò non faceva che
accrescere nel mio animo ingenuo, il valore di quelle parole. Le usavo in modo
accorto e adeguato e non erano mai una litania di insulti, ma poche turpi
parole, scagliate con la violenza delle frecce di un arciere. In tal modo riuscivo
con gran soddisfazione a creare disagi e a scatenare ire. Come quella volta in
cui, giocando a senet con Nefer, l'ultima concubina del Faraone, questa
cominciò a parlare di cose di cui non riuscivo assolutamente ad afferrare il
senso. Era chiaro che desiderava qualcuno che non intendesse affatto le sue
confidenze e io pensai di darle una lezione: con una sola mossa le portai via il
Re, il pezzo più importante della scacchiera.
Ero molto brava in quel gioco, che consisteva nel disporre le pedine su una
scacchiera in modo da scavalcare e porta via quella dell'avversario e tutti al
gineceo conoscevano quell'abilità di cui a quel tempo andavo fiera. Nefer,
però, ne fu quasi sconvolta: era come se le avessi portato via il Faraone e i suoi
favori. Mi accusò di aver usato qualche inganno per vincere.
Incollerita, io le risposi che era "Madre e figlia insieme di una gran..." e
scappai via.
Approfittando della momentanea assenza di Merit, la madre di Iter lasciò la
stuoia e mi venne incontro col frustino che usava per punire le ancelle, ma io
mi dileguai tra stanze, scale e corridoi e raggiunsi le palme del cortile.
"Ah... – mi lasciai andare in un lungo sospiro - Brutta figlia di... - e di nuovo
quella parolaccia - Ho detto che non sposerò nessun principe alleato straniero."
Una scrosciante risata m’investì alle spalle. Mi girai, pronta ad una nuova
scarica. Il volto che mi stava davanti, però, dolce e severo insieme,
dall'espressione divertita, mi fece ammutolire.
"A sentirti sembri un barcaiolo dell'isola del Sandalo, ma a guardarti sembri
una bambina gentile e a modo."
"Io..." balbettai, catturata da quella che mi pareva una visione.
Era bellissima. I lineamenti del volto erano fini e pieni di grazia, le sopracciglia
arrotondate e la pelle dorata e bronzea. Gli occhi, da Gatta Sacra, erano ardenti
e pieni di splendore. Sul volto il mistero e il fascino s’intrecciavano, così come
i fiori di loto s’intrecciano agli steli di papiro.
Neppure mia madre nei sogni mi era apparsa mai così bella.
In testa portava un sottile e leggero casco d'oro a forma di avvoltoio che le
copriva capo e nuca; le ali, aperte a ventaglio, le accarezzavano le tempia
lasciando libere le orecchie ornate di lapislazzuli. La coda, infine, le sfiorava le
belle spalle erette.
Sicura che fosse Hathor, la Dea cui ero stata votata, mi rivolsi a Lei come ad
una Dea, con quel canto alla Vita che Merit mi aveva appena insegnato:
"I falchi vivono di uccelli e di scorrerie gli sciacalli.
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Dei pesci del Nilo vivono gli uomini.
Ed io, Grande Dea, vivo della tua irradiazione."
"Hai grazia e temperamento.- rise lei scuotendo la testa e facendo tintinnare gli
orecchini e le pietre del prezioso shebiu che le ornava il collo – Sei bene
educata. Come ti chiami, piccola?"
La guardai sorpresa.
"Agar è il mio nome, Signora." risposi.
"Agar? - divenne seria - Sei la figlia della principessa Mhenet?”
"Si."
"Mi ricordo di te. Dimmi, perché sei tanto arrabbiata?"
"Non voglio sposare nessun principe straniero. - risposi con serietà - Non
voglio fare quello che gli altri decidono per me."
"Ah,ah..- rise lei - Non manchi di temperamento, mio aquilotto! Ti assicuro,
Agar, fin tanto che avrò vita..."
"Fin tanto che avrai vita?" la interruppi.
"Non sono Colei che credi, piccola." rispose.
"Se non sei Hathor la Risplendente, chi sei?"
"Sono la Regina."
"Quale Regina? - replicai - Al gineceo di mio padre ci sono almeno quattro
Regine ed un'altra c'è che..."
Fu lei ad interrompermi questa volta.
"Sono il Faraone KematRa." disse e io ne fui più sconcertata ancora.
"Tu... tu non sei la creatura dalle mani rapaci, come dice la regina Meritre. Tu
sei assai bella e gentile."
"So quello che dicono di me le donne del gineceo reale e non me ne curo."
sorrise lei facendo convergere lo sguardo su di me come un faro d’irresistibile
luce. D'un tratto mi parve di saper leggere in quello sguardo e nell'espressione
della fronte, celata sotto il cobra reale d'oro, ma eretta, con la fierezza di chi
non la china davanti a nessuno dei mortali.
"



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