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Maria Pace

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MITICHE REGINE: Didone - Boudicca - Zenobia
by Maria Pace   
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Last edited: Monday, April 01, 2013
Posted: Monday, April 01, 2013

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personaggi femminili della Storia

 

DIDONE     Regina di Cartagine

 

Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.

Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.

Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere.  E’ una donna energica, intelligente ed  astuta.

Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.

Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè  Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago

del mito virgiliano?

 

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.

Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.

Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.

Per evitare una guerra civile la Regina decise di  lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

 

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.

Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.

Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.

Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando

“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”

In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.

Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.

Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.

Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.

Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.

Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.

Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o  Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

 

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.

Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo (nulla da stupirsi: si era nel periodo patriarcale ed era la donna a scegliersi lo sposo) si trafisse con una spada.

Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

 

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.

Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per  inesattezza cronologica.

Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.

Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.

La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.

E’ una “relicta”. E’ una  donna che piange e si dispera; chiede ed implora.

La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.

Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.

Proprio un piccolo espediente da piccola donna!

Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:

  “il motivo della morte e la spada fornì Enea

ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”

Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

 

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima

per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.

Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna  fragile dopo essere  stata una Regina gloriosa.

Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta. Ma perché?

Perché Vigilio era romano e Didone, invece,  cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.

Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.

Doveva essere così, perché  l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BOUDICCA – Regina-Guerriera

 

 

 

Boudicca: dal celtico “Bouda” che significa Vittoria.

Di questa straordinaria figura di donna, elevata in Inghilterra a simbolo dell’ardimento femminile, fu Tacito a parlare per primo nei suoi “Annali”.

Riportando i costumi delle popolazioni barbariche che i romani avevano assoggettato, il grande storico, che non nascondeva una certa ammirazione per la morigeratezza di quei costumi, ebbe ad esprimersi così:

“… sanno scegliersi i capi migliori e obbediscono al loro Comandante… hanno fiducia nel Comandante più che nella massa dell’esercito.”

 

Questo, forse, spiega l’ascendente di questa straordinaria donna, eletta Comandante, sulla propria gente.

 

Boudicca era la Regina degli Iceni, una popolazione della Britannia e il suo nome non avrebbe ispirato poeti e scrittori, pittori e cineasti, se quanto segue non fosse avvenuto.

Prosutago, re degli Iceni, uomo avveduto e lungimirante, viveva in pace con Roma.

Unico difetto agli occhi dei  conquistatori romani, la sua ingente ricchezza.

Presago di quanto poteva accadere (e sarebbe accaduto) e nella speranza di allontanare mire e sciagure dal Regno e dalla sua famiglia, il Re compì un atto che ne decretò, invece, la rovina: nominò erede delle sue ricchezze le due giovanissime figlie e la persona di Cesare.

 

Alla  sua morte il Regno fu annesso all’Impero e ridotto a Provincia di Roma; i beni furono confiscati e gli schiavi portati via.

Centurioni e soldati piombarono sulla casa del Sovrano come famelici avvoltoi, depredandola e devastandola come se fosse una preda di guerra.

Boudicca, donna energica e coraggiosa, dal carattere fiero e battagliero, si oppose a tanta devastazione, prese le armi e si scagliò contro gli aggressori.

La reazione dei legionari fu violentissima. Sopraffatta e disarmata, la Regina degli Iceni fu sottoposta ad inaudita umiliazione davanti alla sua gente: denudata, fu selvaggiamente frustata, mentre le due giovanissime figlie venivano stuprate.

 

Non solo Boudicca e le sue figlie subirono oltraggio, ma molte delle famiglie dei notabili iceni, i quali si unirono tutti intorno alla Regina e prepararono una rivolta in cui trascinarono  altre popolazioni.

Tra queste, vi era la tribù dei Trinovanti, scacciati dalle loro terre, a Camulodunum, per far posto ai legionari veterani ivi sistemati dall’imperatore.

Qui, l’imperatore Claudio aveva fatto perfino innalzare un Tempio per il proprio culto.

La rivolta ebbe inizio proprio a seguito di un evento accaduto nel Tempio: la statua della Vittoria era caduta all’indietro.

Il fatto fu considerato un evento prodigioso sia dalle popolazioni indigene che dai romani, soprattutto le donne. Non dai soldati, né dal Procuratore il quale, alle richieste d’aiuto, si limitò ad inviare pochi soldati e male armati.

Alla guida dei rivoltosi, Boudicca sferrò un primo attacco al presidio, arrecando morte e distruzione; in un secondo attacco, il Tempio, in cui si erano rifugiati gli ultimi superstiti, cadde dopo due soli giorni di resistenza.

 

Ebbe inizio la leggenda di Boudicca, regina-guerriera.

Alta, statuaria, i lunghissimi capelli rossi e sciolti sulle spalle, gli occhi fiammeggianti di furore, Boudicca incuteva davvero terrore. Indossava sempre una tunica ed un mantello trattenuto da una borchia ed una spessa catena d’oro al collo; in mano reggeva l’inseparabile ed infallibile lancia.

Seguirono epiche battaglie che la videro sempre vincitrice: a Londinium (l’odierna Londra), a Verulanio e ad altre località, dove apportò sempre massacri e devastazioni ed in cui perirono, si disse, almeno settantamila persone, poiché l’ordine era di non fare prigionieri.

 

Il Legato, Paolino Svetonio, riuscì finalmente ad organizzare l’offensiva.

I due schieramenti si trovarono di fronte in una zona impervia della Britannia: i Romani, compatti e forti di fanteria e cavalleria e i Britanni, un po’ sparpagliati e con le famiglie che si erano portati dietro. Sui carri, dal bordo del campo, le donne assistevano alla battaglia; tra loro c’erano anche le due giovanissime figlie della Regina.

La battaglia fu violenta, ma l’esito scontato: a contrastare la rivolta, era stata inviata la XIV Legione Romana, la più forte e agguerrita. L’affiancavano i migliori combattenti dell’Impero, i quali non si astennero dal massacrare neppure le donne.

I morti furono più di ottantamila.

Sopraffatta così pesantemente, la regina Boudicca si suicidò con il veleno.

 

 

 

 

 

ZENOBIA  - Regina di Palmira

 

 

Figura di spicco nella storia dell’Impero Romano in Oriente.

Bellezza leggendaria, occhi neri e profondi, pelle levigata, capelli raccolti in treccine secondo l’uso del tempo, Zenobia era una donna di grande fascino.

Ambiziosa, intelligente e colta, parlava diverse lingue, tra cui il latino; possedeva anche qualità di moralità, prudenza e generosità.

Figlia di Giulio Aurelio Zenobio, andò sposa ad Odenato, brillante uomo politico e militare il quale, dopo una folgorante carriera fu nominato dall’imperatore Gallieno “Re dei Re” d’Oriente, con il compito di proteggere le frontiere dell’Impero dalle pressioni persiane.

 

Col marito Zenobia divise ogni cosa, dai fasti della corte alle fatiche militari. Lo seguì sui campi di battaglia durante le campagne militari contro i Persiani, lo sostenne nei Consigli di Guerra e lo accompagnò nelle battute di  caccia al leone.

Femminile e seducente a corte, non disdegnava di indossare abiti militari ed elmo in testa, così come amava farsi raffigurare in statue e dipinti.

Curò personalmente l’educazione dei tre figli (di cui due di primo letto del marito) chiamando a corte i migliori maestri d’arme e di lettere.

 

Alla morte di Odenato, ucciso insieme al figlio Hairan a seguito di una congiura tesagli da un nipote, Zenobia assunse la Reggenza del Regno in nome del figlio Vaballato.

All’ambiziosa donna, però, il titolo di Reggente andava assai stretto: il suo sogno era quello creare un Impero d’Oriente e, di conseguenza, sottrarsi al giogo romano.

Primo atto di quell’ambizioso disegno, fu quello di  dichiararsi apertamente discendente della regina Cleopatra e proclamarsi Regina di Palmira.

 

A Roma, naturalmente, non la presero molto bene.

L’imperatore Aureliano, succeduto a Gallieno, avrebbe voluto regolare subito i conti con l’ambiziosa Regina, ma glielo impedirono le invasioni dei Goti e degli Eruli.

In verità, pur avendo fatto scalpore, l’ascesa al trono di Zenobia in principio non era stata osteggiata, confidando nella lealtà che il marito aveva sempre dimostrato nei confronti di Roma.

La stessa Zenobia all’inizio aveva cercato di mantenere buoni i  rapporti con Roma e fu solo più tardi che cominciò a tramare apertamente ed a non nascondere i suoi progetti di grandezza.

Per ragioni di opportunità politica e per la necessità di temporeggiare, l’imperatore Aureliano aveva perfino accordato al figlio di Zenobia il titolo di Dux Romanorum.

Appena sistemata la situazione in casa, però,l’imperatore si accinse a risolvere la faccenda.

 

L’esercito di Palmira e quello romano si scontrarono sulle rive dell’Oronte, dove Aureliano, grande stratega militare e generale di cavalleria, ottenne una strepitosa vittoria.

Zenobia e il suo generale, Zabdos, furono costretti a riparare ad Antiochia e poi a Emesa.

La vittoria decisiva di Aureliano avvenne proprio ad Emesa, ma Zenobia pur pesantemente sconfitta, non si arrese.

Si ritirò a Palmira e qui si preparò a sostenere un inevitabile assedio.

Aureliano le offrì una resa onorevole, ma la Regina fece l’errore di non accettare, fidando nell’aiuto delle tribù del deserto.

L’aiuto non arrivò mai: Roma aveva sottomesso o comprato tutte quelle popolazioni ed a Zenobia non restò che cercare la salvezza nella fuga assieme al figlio.

Fuggirono a dorso di dromedario, con l’aiuto di un gruppo di fedeli nomadi del deserto, ma furono riconosciuti e catturati e in seguito condotti a Roma; il figlio morì durante il viaggio.

Giunta a Roma, la bellissima prigioniera fu fatta sfilare come il più prezioso dei trofei legata al carro dell’imperatore con catene d’oro.

Roma restò soggiogata dal suo fascino.

L’imperatore non solamente le risparmiò la vita, ma la sistemò in una lussuosa villa a Tivoli, dove Zenobia visse come una Regina, animando le notti romane.

 

 

 

 

 

 

 

 



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