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Maria Pace

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... le insidie del deserto...
by Maria Pace   
Not "rated" by the Author.
Last edited: Sunday, August 26, 2012
Posted: Sunday, August 26, 2012

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Maria Pace

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Agar ed Ismaele cacciati da Abramo su pressione di Sara, gelosa di Agar.

Lasciai Mambre quello stesso giorno. A Sara non rivolsi la parola
nell'accomiatarmi dalle donne e ad Abramo, che assicurava per me e mio figlio
la protezione del suo Dio, risposi che non ne avevo bisogno. A lui che
piangeva il figlio che stava scacciando, dissi che il suo era un pianto che non
lavava la colpa.
Scortati da un gruppo di pastori guerrieri con il compito di accompagnarci fino
alla pista del Sinai, dove era accampato l'esercito egiziano, una volta ancora
mobilitato in Siria, Abramo ci lasciò andare, me, Ismaele e Shannaz.
In una bisaccia appesa al dorso di un asino c'era il necessario per affrontare un viaggio che, secondo le sue previsioni, doveva essere breve e senza pericoli.
Conteneva acqua, cibo, coperte, ma anche sacchetti con medicamenti contro
punture d’insetti, serpi e scorpioni, che il giovane Kaleb aveva preparato per
noi.
Superammo le querce e i magri campi di grano maturo e prossimo alla
mietitura. Prima di mettere piede sulla strada polverosa e gialla, guardata a
vista da scheletriche sentinelle che tendevano al cielo i rami secchi e magri,
congedai la scorta. Qualche timida protesta e gli uomini di Abramo ci
lasciarono in quella terra desolata che non ero riuscita mai ad amare.
Nell'allontanarmene, cercavo soltanto l'oblio, che è il miglior rimedio contro
ogni sentimento. Cercavo la malinconia, quella profonda e piena, che non ama
essere consolata e che aspetta di esaurirsi in se stessa.
"Andiamo, madre." disse Ismaele afferrando la corda che legava l'asino e
insieme affrontammo il cammino.
Da lontano giungevano angosciosi latrati: qualche sciacallo in cerca di cibo.
Ismaele d'istinto pose mano al coltello in metallo ittita. Era un dono del
Faraone e il suo valore era dieci volte superiore a quello dell'oro. Abramo ne
aveva fatto ricoprire il manico con una foglia d'argento, secondo l’uso mitanne.
“Non angustiarti, madre.- m’incoraggiò - Raggiungeremo presto l’avamposto
egiziano e il nostro amico Osor avrà cura di noi."
Le sue parole parevano rotolare sulle sabbie come sassi roventi. Non erano di
rimprovero per il padre, ma solo di sollecitudine nei miei confronti. Ma io non
ero angustiata.
“Presto sarò a Tebe! Presto sarò nuovamente a casa insieme a mio figlio.”
continuavo a ripetermi.
In realtà, non sapevo davvero cosa sarebbe accaduto d’ora in avanti. Il futuro è
un'ombra sbiadita che precede il cammino di ognuno di noi.
Nella vita ci si separa per prendere strade diverse. A volte si torna, a volte no.
Quali immagini, quali ombre, quali sogni, quali delusioni ci sarebbero venuti
incontro dal futuro? Chi parte e non è ricordato, chi muore e non è rimpianto,
chi torna e non è riconosciuto, è come colui che non è mai nato. Cosa sarebbe
stato di noi? Chi mi avrebbe riconosciuto, a Tebe?
"Madre..."
Ismaele mi richiamò al presente e mi bastò uno sguardo attento su quanto ci
circondava per capire che avevamo smarrito la strada per la pista del Sinai. Il
deserto non offre punti di riferimento, come la campagna o la città. Perdersi è
facile. Miraggi di cose in lontananza, sfocate e fluttuanti, distorcono la realtà e
la dimensione delle cose. Lasciarsi catturare dai meandri di visioni ed illusioni,
è molto facile.
Continuammo a vagare. Intorno a noi il silenzio assoluto era rotto solo dal
rumore della sabbia smossa dal vento. In alto nel cielo, sopra le nostre teste, il sole picchiava implacabile. Vagammo come la sabbia ed insieme alla sabbia,che costruiva e demoliva cumuli e piccole dune, secondo il capriccio del vento; una sabbia sottile e rovente, che penetrava ovunque: nei sandali, sotto le vesti,tra i capelli e perfino in bocca tra i denti.
"Ho sete, madre." Ismaele rallentò il passo.
Shannaz fermò l'asino e staccò un orcio dalla soma; l'acqua al suo interno era
dimezzata, la sabbia era entrata pure là dentro e dal becco usciva mista
all'acqua. Cercai nella tasca del mantello qualcuno dei chicchi di sale che
Keturah vi aveva messo assieme ad un amuleto e purificai l'acqua prima di
porgerla a Ismaele. Lui avanzava a capo chino e senza un lamento. Lo avvolsi
col mantello e lo guardai procedere, quasi soffocato dalla trama fitta di quel
grezzo tessuto di lana, ma protetto da tanta ingiuria.
Anche io e Shannaz ci coprimmo il capo con un telo di lana grezza; l'asino
avanzava dondolando e Shannaz dondolava dietro di lui, aggrappata ad una
delle bisacce.
“Ci siamo persi, madre?” domandò Ismaele girandosi verso di me; il mio
silenzio gli fu eloquente.- Non temere, madre. - mi sorrise rassicurante - Non
temere. Ritroveremo la pista.”
Non trovammo piste. Ad ogni passo il deserto, aspro e irrequieto, arso e
rischioso, andava inghiottendoci come in un ventre ingordo. Sparse ovunque,

intorno a noi, c’erano carcasse di animali e ossa spolpate. Forse umane. Il
vento dopo un pò cessò di tormentarci, ma la calma che ne seguì, assoluta e
quasi innaturale, mi spaventò ancora di più. L'aria calda che si levava dal suolo
diventava rovente e la luce accecante. Un’ombra, d’improvviso, si materializzò
in mezzo a tanto bagliore, frondosa e verde: una quercia, che ci offriva ombra e riposo.
"O Dio di Misericordia! - proruppi alzando le braccia al cielo - Siano benedette
le tue sante orecchie, poiché vi hai lasciato entrare le mie preghiere."
Mi lanciai di corsa in avanti.
"Venite, Venite... Vieni, Ismaele. Ripariamoci all'ombra di quella quercia...."
sollecitai; l’aria intorno a me fluttuò, nebbiosa e torrefatta, e la quercia
scomparve, così come era apparsa. La voce stanca di mio figlio mi trattenne.
"E' solo un miraggio, madre... E’ solo un miraggio!"
Lo sconforto che seguì fu più grande della speranza alimentata da quella vista.
Mi lasciai cadere sulle ginocchia e nascosi il capo tra le braccia per non
ricevere oltre l'offesa di Horo negli occhi.
"Potente Ra perché colpisci mio figlio con tanto accanimento? E tu, Celeste
Horo, già perseguitato da Seth, perché non lo proteggi da quest’arsura? E
anche tu, Soped, Signore del Deserto, perché resti indifferente alle sofferenze
di mio figlio?... Forse tu, Dio di Abramo, che tanto ami le lodi degli uomini, ti
muoverai o la mia supplica non ti giunge gradita come le preghiere e i sacrifici
di Abramo?... Ma cosa posso donarti io se non lacrime?"
“Coraggio, signora, - Shannaz si staccò dall’asino e mi venne vicino - la
Splendente non ci abbandonerà.”
La guardai e come sempre le sue parole mi confortarono.
Riprendemmo il cammino. Un passo dopo l'altro. Ma il sole aveva cominciato
già a succhiare, una ad una, ogni goccia d'acqua dai nostri corpi e la paura
tornò a minacciare lo spirito: la paura, che nel deserto è la peggiore delle
insidie.
Mi rammaricai di aver congedato la scorta e fatto prevalere l'orgoglio sul
buonsenso. Guardavo mio figlio e temevo che potesse patire a causa del mio
orgoglio: il deserto non perdona lo sciocco o lo sprovveduto. Avevo peccato di
leggerezza e superbia; avevo creduto di poter giungere con facilità a una delle
piste carovaniere che correvano lungo i torrenti asciutti della regione.
C’eravamo invece spinti in un territorio impervio, interrotto da alte montagne e
profondi burroni in cui era facile precipitare se non si faceva attenzione a dove
mettere i piedi.
"Madre...- mi chiamò Ismaele; io lottavo per scacciare una pesantezza che non
era solo del fisico, ma soprattutto dello spirito - Fermiamoci al riparo di
quell'arbusto. - suggerì indicando un grosso cespuglio spinoso che traeva vita
da radici infossate a chissà quale profondità; di acqua in superficie non c’era
neppure l'ombra - Potremo riposare e poi cercare una pista..”
Sorrideva rassicurante, mentre controllava che insetti e scorpioni non avessero
nidificato sotto l'arbusto.
“Riordineremo le idee. - riprese - La stanchezza e il caldo ci hanno confuso,
così come il calabrone confonde le api quando attacca l'alveare. - quel sorriso
in mezzo a tanta desolazione era per me la più grande delle consolazioni -
Bevi, madre." mi porse l'otre staccato dalla soma dell'asino, ma ciò che ne uscì furono poche gocce d'acqua e molta sabbia.
"Non ho sete." mentii, ma lui mi guardò. Con quello sguardo rubato al padre,
edotto di conoscenze note a lui solo, poi bagnò un lembo del mantello e con
quello mi coprì la testa e il collo per tenermi umida la pelle e ripararla dal
vento, dalla sabbia e dal sole. Lo stesso fece con Shannaz, accoccolata ai miei piedi.
Guardavo la mia creatura come si guarda un miraggio. I suoi occhi sopra di
me, il suo sguardo lucido, profondo, dolce, protettivo, sereno. Non era più lo
sguardo di un fanciullo. Era uno sguardo divenuto improvvisamente adulto.
Era il mio bambino e non chiedeva protezione, ma ne offriva a sua madre! Il
mio cuore gioiva in mezzo a tanto affanno. Gli sorrisi e lui venne a sdraiarsi al
mio fianco e posò la testa sul mio grembo. Accarezzandogli il capo ne traevo
sollievo; insinuando le dita nell'intrico dei suoi riccioli aggrediti da sabbia e
polvere, ne traevo coraggio. Fu allora che mi sembrò di udire un frollio d'ali
sopra le nostre teste. Sollevai gli occhi e vidi due colombe in volo.
"Guarda, Ismaele…colombe. Se ci sono colombe c'è acqua."
Ismaele scosse il capo.
"No, madre, le colombe volano lontano."
"Figlio, io vorrei..."
"Non parlare, madre, so cosa vuoi dire. Non parlare. Il sole ruba il fiato alle
parole. Non parlare."
Tornò a posare la testa sul mio grembo.... (continua)
 

brano tratto dal  libro: A G A R

reperibile presso:  ww.lulu.com  -  www.amazon book  - www.google book



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