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Carmelo Fasolo

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Recensione
By Carmelo Fasolo   
Not "rated" by the Author.
Last edited: Friday, August 03, 2007
Posted: Friday, August 03, 2007

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RECENSIONE DI UNA SERA LA LUNA
A cura di Maria Fina Ingaliso




La solitudine, riflesso di esistenza, col suo enorme peso è l’ancora della narrazione di questo racconto di Carmelo Fasolo.
Gli amari sentimenti di Elisa, generati da una vita difficile, sfociano nell’indifferenza del vivere e, come in un disegno prestabilito creatore di empatia, si incontrano con quelli tristi e malinconici di Marcello. La duplice e tacita implorazione alla negazione della solitudine, che l’autore snoda lungo la strada dei ricordi: quelli di mamma Rosa, con le sue vecchie tradizioni, che fa rivivere il passato o quello dei protagonisti, che nei loro pseudo monologhi cercano un aggancio per uscire dal buio del pessimismo; si intesse, nella narrazione, con le atmosfere ovattate di un mondo che non entra a far parte della storia se non per risvegliare l’acuta sensibilità sull’essenza del vivere.
Ed è dal raffronto fra i due modi di vita e l’identica conseguenza (la solitudine) a cui giungono i protagonisti, che la declinazione del sentimento si trasforma in purezza d’amore e, pur in una fine non fiabesca, tutto ritorna al suo realismo accresciuto di una nuova speranza, Eva una nuova vita che in “Una sera la Luna” ridisegna il principio.
È la grande scena della vita dove si interagisce come spettatori ed attori.




Maria Fina Ingaliso




Ognuno sta solo
nel cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.



S. Quasimodo




Cap. I





Sera d'estate, Me ne stavo seduto in veranda, guardavo il sole all'orizzonte che andava incontro alla notte e alla lontananza con movimento lento ed inarrestabile, con lo stesso moto ordinato, noioso e indifferente con cui passavano per me quelle vane giornate, ognuna delle quali avrebbe potuto e dovuto essere bella ed indimenticabile, mentre tutte finivano senza ricordo e senza valore. Ogni tanto, una leggera brezza d'aria fresca, sfiorava il mio corpo sudato e caldo, dandomi qualche attimo di leggero sollievo. La città sembrava immersa nel sonno, e dalle finestre, qua e là s'intravedevano facce fiacche ed apatiche. La giornata era stata molto calda ed afosa, come lo sono spesso le giornate d'agosto. Nel pomeriggio avevo visto un film, di Ingmar Bergman, uno di quei film che ti lasciano la mente aperta a mille pensieri, ed ora, le parole di uno dei protagonisti riecheggiavano chiare e forti nella mia mente:

«L'ansia che è in tutti noi, i sogni realizzati, Le crudeltà che commettiamo, L'angoscia di doverci estinguere, la consapevolezza della nostra condizione terrena, hanno cristallizzato e annullato la nostra speranza in una salvezza terrena. Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell'oscurità e nel silenzio sono una delle più terribili prove della nostra innegabile solitudine e della costante paura che ci possiede.»
parole, mi entravano dentro l'anima, producendo in me pensieri profondi che turbavano tutto il mio essere. Vedevo buio dappertutto e mi sentivo molto solo. Attraversavo un momento particolare della mia vita. Cercavo dei punti fermi, dei valori a cui potermi aggrappare per non morire dentro. Avevo paura della mia solitudine, e pensavo spesso al suicidio, come fine di ogni sofferenza. In quei momenti, lo consideravo l'unico conforto per continuare a vivere; il sapere che un giorno o l'altro avrei messo fine alla mia esistenza mi dava la forza di andare avanti. Il sonno eterno, la fine di ogni nostra sofferenza umana, la fine di tutto!maggior torto del suicida, pensavo, non è quello di uccidersi, ma di pensarci e non farlo. ! Basta, basta pensare, non voglio più pensare, oh! Come sarebbe bello fermare la mia mente, ma non potevo, i pensieri si accumulavano uno dietro l'altro, si facevano sempre più intensi, mi tormentavano l'anima, avrei voluto, per un attimo staccare la spina del mio cervello, e sentire soltanto il silenzio, la pace ed invece no la tortura continuava e i pensieri andavano, venivano, si facevano sempre più intensi, poi uscivano di scena e lasciavano il posto ad altri, e poi ancora ad altri. Basta! basta! Mi sembrava di impazzire. tanto desiderato una compagna, un amore che riempisse la mia vita. ! L'amore, Oh! Amore mai conosciuto. Ella sarà lei, ecco tutto, ed io l'amerò appassionatamente, e so che lei mi contraccambierà con sentimento, e nelle notti d'estate, cammineremo mano nella mano, per sentieri bui, illuminati soltanto dal chiarore delle stelle; uniti al punto che, con la sola forza dell'amore, penetreremo senza difficoltà nei nostri più nascosti pensieri. E tutto questo continuerà all'infinito nelle serenità di un amore che non si potrà descrivere. Mi sembrava d'averla li, di sentirla contro il mio petto. Bruscamente un vago brivido di sensualità m'attraversò, dai capelli ai piedi. Serravo le braccia al petto con un movimento incosciente come per spegnere il sogno, mentre su le mie labbra tese verso l'ignoto passava qualcosa che mi faceva quasi svenire, come se il soffio della prima sera mi avesse dato un bacio d'amore. viaggio in Sicilia aveva risvegliato in me vecchi ricordi. Il profumo della mia terra, il ritrovare il caloroso affetto degli amici, il rivisitare i luoghi della mia infanzia, avevano fatto tornare in vita molte immagini della mia esistenza passata, tanto povera e vuota e a lungo senza ricordi. Tutto ciò mi aveva fatto rimettere in discussione la mia vita, che oggi mi appariva più vuota che mai, le parole del Poeta risuonavano dentro di me, facendosi sempre più forti e vibranti:

“La luna rossa, il vento, il tuo colore donna del Nord, la distesa di neve... mio cuore è ormai su queste praterie, queste acque annuvolate dalle nebbie. dimenticato il mare, la grave soffiata dai pastori siciliani, cantilene dei carri lungo le strade il carrubo trema nel fumo delle stoppie, dimenticato il passo degli aironi e delle gru 'aria dei verdi altipiani le terre e i fiumi della Lombardia. l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria. ù nessuno mi porterà nel Sud. , il Sud è stanco di trascinare morti riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca bestemmie di tutte le razze hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi, hanno bevuto il sangue del suo cuore. questo i suoi fanciulli tornano sui monti,i cavalli sotto coltri di stelle, fiori d'acacia lungo le piste rosse, ancora rosse, ancora rosse. ù nessuno mi porterà nel Sud. questa sera carica d'inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te mio assurdo contrappunto dolcezze e di furori, lamento d'amore senza amore. “




Mi sentivo solo e triste. Ripensavo alla mia vita, che non è stata per niente bella, per niente interessante, la mia malattia che ha bloccato tutti i miei progetti, e che pende su di me come una spada di Damocle, il mio modo di essere timido, impacciato, quasi imbranato, pensavo, che forse mia vita avrebbe preso un altro corso, se non ci fosse stata la mia malattia a rompere i c…, la mia esistenza sarebbe stata diversa? O forse sarei stato sempre quel timido ragazzo, oggi uomo, impacciato, e con poca stima di se stesso? In casa mia non voglio specchi, non mi piace la mia immagine, già è tanto specchiarmi quando devo farmi la barba. Ecco queste e tante altre riflessioni stavo facendo quella sera, e mentre ero pensieroso e fuori dal presente, il tuo viso all'improvviso, come un sole rosso acceso spezzò quell'oscurità in un istante il buio diventò sempre più chiaro, finché il tuo dolce volto con impresso il tuo sorriso sulle labbra e la splendida gioia dei tuoi occhi, esplose dentro di me dandomi tutta quella pace e serenità che andavo cercando, ed il tuo dolce aspetto si mostrò a me bello alto fiero, i tuoi occhi mi guardarono fisso fino a penetrare la mia anima, allora io ti chiesi, perché i tuoi occhi si fissano nei miei come una limpida stella del cielo in un'onda buia? Mi hai fissato a lungo, così come si guarda un bambino e poi mi hai risposto con delicatezza: ti voglio bene, perché sei tanto triste. Salvami eterea donna! perché mi lamento invano? I giorni sono pieni di fortuna, e tutti i cieli sono azzurri. Tutta la mia anima era presa dal suo aspetto, dal suono della sua voce, dal suo portamento. Ma era tutto un sogno, mi svegliai stanco sudato, faceva caldo, l'estate era nel suo culmine, incubo d'agosto, soltanto un incubo, brusco il risveglio il sapere che non esistevi. Mi alzai e andai a fare una doccia, la mia ansia si placò un po', e adesso, mi chiesi, cosa farò? Bene stasera andrò fuori, meglio non rimanere a casa, farò una bella passeggiata, e poi quando il corpo sarà debole ritornerò a dormire ed a risognare il tuo dolce viso. ì in quella calda sera d'estate decisi di andare fuori. Quella sera davano al Teatro Verdi la Lucia di Lammermor, con la splendida musica di Gaetano Doninzetti, avevo il biglietto, decisi di andare a sentire quell'opera che tanto mi riempiva l'anima. Lo spettacolo fu bellissimo gli attori anche cantarono meravigliosamente, e rimasi quasi scontento che fosse finito. Avrei voluto ancora sentire e risentire quell'opera meravigliosa, dolce dono dell'ingegno umano. Andai in un pub, bevvi una birra per spegnere la mia arsura. Poi, quasi un po' esitante, mi avviai verso il parcheggio, a prendere l'auto per poter tornare a casa. Scelsi di fare la strada più lunga. Quella serata, volevo godermela tutta sino in fondo. Camminavo lentamente, a piccoli passi, mi attraeva il chiarore argenteo che la luna dava alle case, ai monumenti alle strade. Tutto sembrava surreale, e man mano che camminavo vedevo la mia ombra allungarsi, accorciarsi, sparire e tutto ciò era profondamente bello ed emozionante. Quante volte avevo assistito a questo spettacolo? Ma mai in nessuna notte, la silenziosa luna d'argento mi aveva così turbato, quella sera sembrava fatata, e la luna era più magica che mai. I palazzi, le chiese, le strade che percorrevo tutti i giorni, mi sembravano diversi, una luce particolare me li mostrava come non li avevo mai visti. Forse era la luna che quella sera splendeva alta e tonda nel cielo e che faceva apparire tutto argenteo e magico, e intorno a me sentivo scomparire tutto il mondo. Guardai con meraviglia il cielo, la luna senza staccare gli occhi. Le stelle, che ci osservano da millenni, insensibili alla presenza umana. Chissà per quale ragione quando per molto tempo ti soffermi a guardare il cielo, quando cerchi di penetrarne il mistero ti viene in mente la solitudine che ognuno di noi porta dentro di se, e la realtà della vita ti si mostra triste e spaventosa.


Camminavo come annichilito da quello spettacolo, ed ero come sedotto dalla luna. Arrivato davanti alla macchina, inciampai in qualcosa che mi bloccò il passo, guardai giù e pensai ad un sacco di stracci mi chinai, guardai bene e dei piccoli occhi scuri mi gravarono

addosso. A tutta prima rimasi un po' disorientato, guardai bene, no, non mi ero sbagliato, era il corpo di un uomo, anzi guardo bene, di una donna; la donna bisbigliò qualcosa che non capii ed i suoi occhi si chiusero, mi chinai cercai di alzarla, uno strano fetore salì verso di me, ma si afflosciò e ricadde per terra. Ebbi un po' di paura ed anche un po' di ribrezzo, per aver toccato quel corpo molliccio, e puzzolente, e ora la paura mi assaliva ancora di più. Apro l'auto, metto in moto ingrano la prima, ma fatti circa cento metri mi fermai, accidenti … pensai, cosa ho fatto, quella donna poteva aver bisogno ed io sono scappato così come un miserabile, e poi perché fuggire, torno pensai, chiamo un'ambulanza magari non è tanto grave, forse avrà preso della droga tagliata male, un malore improvviso, può morire da un momento all'altro, accidenti… meglio fare presto, ritorno sui miei passi, scendo dall'auto, cerco una cabina telefonica, per chiamare un'ambulanza, ma porco di un cane…! Il telefono ha il filo tagliato. Ne trovo un'altra, entro, cerco degli spiccioli nel portafoglio, non li trovo, poi penso, un numero di soccorso non ha bisogno di soldi, prendo la cornetta ma mi resta nelle mani, cavolo… grido di nuovo ed adesso cosa faccio, passa una coppia di giovani, li chiamo:
«Ehi! Voi aiutatemi c'è una donna che sta male.» Ma questi alzano le spalle ed affrettano il loro passo.prendo la donna tra le mie braccia, nel poggiarla al mio petto apre i suoi occhietti neri e mi sorride, poi la testa gli cade giù, ed io sento in quel momento che la vita di quell'esserino è nelle mie mani. Sento il calore del suo corpo, il suo cuore battere forte, è viva penso, la stringo forte a me, come si fa con un bambino, anch'io vorrei fargli sentire il calore del mio corpo, chissà se lei mi si rende conto che sto cercando di aiutarla, che sto interessandomi a lei, e che presto la metterò in salvo. La sistemo in macchina e via presto veloce verso il primo ospedale. Arrivato al pronto soccorso, suono il clacson a più non posso, arrivano subito medici ed infermieri, la prendono e la portano dentro, io dietro. Entrano nella sala medica, la porta si chiude davanti a me, non posso entrare, ma non posso neanche andarmene, ormai aspetterò, vorrei tanto pregare per lei ma non so farlo, intanto i medici si danno da fare.siedo in una panca, sento l'odore acre dell'etere, mischiato ad alcool, e tintura di iodio. Tutto è scialbo, brutto in quella sala d'attesa, i muri scrostati, la luce tenue rievocano in me memorie passate in un letto d'ospedale ed una strana sensazione d'angoscia mi pervade. Un infermiere passa spingendo una barella, sotto la coperta di lana, c'è un uomo, vecchio forse non è poi tanto vecchio, ma ha impresso nel viso il colore giallo della morte. Il viso magro, gli zigomi sporgenti, gli occhi infossati e cerchiati di nero, il suo sguardo ormai spento e rivolto nel vuoto pare ormai rassegnato a lasciare questo mondo. Dietro, una giovane donna, forse la figlia, rossa in viso, che muta piange la sua disgrazia, in un dignitoso contegno. Oh! Quanta sofferenza c'è in giro, ma l'uomo è veramente felice? O la felicità è soltanto un'apparenza?circa dieci minuti, un medico molto giovane con un paio di occhialini rossi, e tutto vestito di verde viene a parlarmi:
«Allora cosa è successo? Come si chiama la ragazza? »
«Non so, l'ho trovata stesa per strada, non la conosco.»
«Ah! Allora lei non la conosce? »via di corsa. Dopo un po' un uomo, non tanto giovane, un po' grassoccio, non tanto alto, rosso in viso, mi si avvicina:
«Buonasera, sono De Caro vice ispettore di polizia, e lei il signore che ha portato qui la ragazza?».
«Sì»
«Mi dia la sua carta d'identità, sa è la prassi. »
«La ragazza e sua parente, o conoscente? »
«No, non l'ho mai vista prima di questa sera. L'ho trovata per strada, riversa per terra, me la sono trovata tra i piedi, allora l'ho presa e portata qui. »
«In che via l'ha trovata?»
«Non so. Non ricordo, ah! Ecco in una stradina in torno al parcheggio di piazza della Vittoria, ma non ho visto il nome della via, è importante?»un foglietto scrive qualcosa me lo fa leggere e firmare con mia perplessità.







© Carmelo Fasolo 2007




Web Site: Una sera la Luna



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