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Maria Pace

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LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses
by Maria Pace   

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Books by Maria Pace
· DJOSER e Lo Scettro di Anubi
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Category: 

History

Publisher:  www.lulu ISBN-10:  1410401812
Pages: 

334

Copyright:  1-luglio-2012 ISBN-13:  9781471749896

Roma antica: legionari e pretoriani, gladiatori e senatori, vestali e prostitute, filosofi e fuori legge e... le prime radici del Cristianesimo


Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
Fu anche l’anno in cui il Cristianesimo, approdato a Roma assieme a molti altri culti orientali, metteva i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.
Intrappolati nelle maglie delle tante manovre civili, politiche e militari, si trovarono anche il tribuno Marco Valerio e il centurione Fabio, il filosofo Lucilio e il pedagogo Cleonte, i gladiatori Milos e Seilace e il taverniere Trebonio, la vestale Ottavia e la prigioniera di guerra Tracia, il piccolo fuorilegge Aquilinus e la giovane ereditiera Livilla, l’ostaggio Lucilla e tanti altri ancora.
Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale in cui il potere sul popolo si esercitava assicurandogli:

PANEM ET CIRCENSES

ossia: Pane e gioghi gladiatori, fino a quando….
 


Excerpt

Un boato proveniente dalle gradinate troncò le parole sulla bocca del tribuno e l’attenzione di tutti tornò all’arena dove una dozzina di corpi giacevano per terra, morti o feriti; in piedi erano rimaste due sole coppie di combattenti: un lacqueator, che aveva già preso al laccio l’avversario e Valentinus che stava serrando Ostorio un po’ malfermo sulle gambe. Sdegnando i primi, l’interesse del pubblico si concentrò su questi due.
“Spedisci quel reziario a Caronte!” gridavano i sostenitori di Valentinus.
“Non avrai paura di quel secutore?” rispondevano quelli di Ostorio.
Non mancava, naturalmente il sostegno degli amici; quelli veri.
“Forza Valentinus! - lo incitava Marco - Sei il più forte!”
“Valentinus! Valentinus!” quello della piccola Keriat.
“Non dargli il fianco!... Attento alla destra. - e neppure mancavano gli avvertimeti di Milos. - Non sulla destra! Non sulla destra!... “
Era la prima volta, forse, che il principe trace guardava dall’alto, quella fossa insanguinata. Lui amava il rischio. Lui esultava quando sugli spalti i suoi tifosi urlavano di entusiasmo alla sua famosa “spaccata”. Quando, busto flesso e ginocchia protese, la rete appoggiata al braccio, quasi abbandonata sul fianco, aspettava l’attacco dell’avversario. Un atteggiamento che mandava in visibilio quella massa scatenata. La eccitava, creava confusione, la spingeva perfino a menar le mani.
E si eccitava anche lui al ruggito di quella belva. Belva più belva di tigri, tori e leoni. Belva che tanto più godeva quanto più lunghi erano gli spasimi dell’agonia di chi precipitava in quella fossa. Lo eccitava quel rombo finale di mille tuoni. Lo eccitava il silenzio precursore della lotta finale: il silenzio totale ed infinito delle decine di migliaia di respiri trattenuti.. l’attimo di estrema solitudine violentato dall’applauso intriso di piacere omicida. “Ahhh!” l’urlo che salì dalla fossa distolse Milos dalle sue emozioni: laggiù, il destino dei due gladiatori stava per compiersi.
Col braccio destro sollevato e pronto a lanciare la rete, Ostorio cercava di tenere lontano l’avversario con la punta del tridente.
Valentinus gli girava attorno saltellando allo scopo di afferrare un lembo della rete e tirarla a sé. Per farlo doveva ridurre al minimo la distanza e affrontare il tridente avversario. Un dente infatti riuscì, strisciando sul suo scudo, a raggiungere il suo braccio e squarciargli il muscolo.
“Ahhh!” urlò ancora Valentinus cacciò un urlo; l’intera tribuna fece lo stesso, poi balzò in piedi.
“Ferita leggera.” gridò il magnifico atleta, mentre, con un formidabile colpo di reni arretrava di un paio di metri.
L’avversario incalzò; egli arretrò ancora. Di due o tre passi.
Ostorio imprecò, ma parve tornare baldanzoso.
“Scappi come un coniglio?” cercò di provocarlo; l’altro non rispose e il reziario tornò all’attacco. Puntò il tridente, ma questa volta la parmula di Valentinus riuscì a sviarlo. Fu Ostorio ad arretrare adesso e Valentinus ad incalzare, riuscendo non solo a schivare il suo tridente, ma con un colpo secco dello scudo, a farglielo volar via dalle mani.
Disarmato, Ostorio tentò l’unica carta: sollevò il braccio destro e lanciò la rete, che sibilò nell’aria, sopra la testa di Valentinus.
La folla gridava dagli spalti: lo vedeva già in trappola come un beccaccino del Tevere. Guardava la rete quasi sospesa sul capo.
Trattennero il fiato per seguirne la mossa azzardata, disperata, audace: invece di arretrare, Valentinus si fece avanti. Sotto la rete. Avanzò curvo, poi retrocesse con un formidabile colpo di reni. Non prima, però, di aver conficcato il suo gladio nel fianco destro dell’avversario. La rete si afflosciò per terra sfiorandogli la spalla.
Premendosi il fianco, Ostorio si chinò a raccoglierla e la issò sulla spalla sinistra. Guardò anche in direzione del tridente, con l’intenzione evidente di recuperarlo.
Lo capì la folla, lo capirono i suoi sostenitori:
“Il tridente ! - gli gridarono - prendi il tridente e infilza quel beccaccino di un secutore!”
Lo capì anche Valentinus che partì all’attacco.
Di nuovo l’uno di fronte all’altro; il braccio Valentinus sanguinava vistosamente, ma anche il fianco di Ostorio.
Seguirono lunghi attimi di immobilità, nel silenzio più assoluto
sceso sugli spalti e nell’arena, poi Ostorio indietreggiò, sempre con lo sguardo fisso sul tridente a pochi passi da lui. Tentò di recuperarlo, ma senza riuscirvi. Più volte.
Tentò per l’ennesima volta, ma non riuscì ad evitare che l’affilatissima lama del gladio di Valentinus producesse un lungo squarcio alla rete appesa al braccio. Divisa in due tronconi, un lembo scivolò per terra. Ostorio si chinò per raccoglierlo.
Valentinus gli assestò sul capo una grossa piattonata con la lama.
Ostorio barcollò. Annaspò. Un guizzo d’orgoglio lo raddrizzò. Tentò una volta ancora di recuperare il tridente, ma l’avversario lo prevenne e con un calcio mandò l’arma lontano da lui.
Trascinandosi dietro il moncone della rete, Ostorio retrocesse barcollando. Il sangue gli usciva copioso dalla ferita, rigando il suolo cosparso di armi e corpi agonizzanti o morti. Cadde, infine, sul ginocchio sinistro poi rovescioni per terra.
Valentinus gli si avvicinò, gli pose un piede sul ventre.
Ostorio si sollevò su un braccio e tese in avanti il petto.
Valentinus aspettò il verdetto della folla e di Cesare: pollice verso.
“Mi dispiace, amico!” disse.
“Non dispiacerti troppo! - agonizzò l’altro e con un ultimo guizzo
di rabbioso orgoglio, raccolse le ultime forze assieme a un pugnale lasciato a terra da qualche altro disgraziato e lo conficcò nel petto dell’avversario proprio mentre questi stava per vibrare il colpo mortale - Ti porto con me nell’Averno!”
L’urlo di disappunto della folla raggiunse il cielo.
Senza un gemito Valentinus si accasciò sul corpo dell’avversario confondendo gli ultimi palpiti di vita con quelli di lui.
Giunsero i lorari con uncini e barelle per trascinar via i corpi dei vinti e dei vincitori.
La folla aveva smesso di rumoreggiare.
Sulle gradinate circolarono voci che Velentinus fosse morto, ma nessuno voleva crederci: quel diavolo di un secutore si era sempre beffato della morte. L’avrebbe fatto anche stavolta. Non poteva essere nulla di grave. L’aveva gridato lui stesso dal fondo di quella fossa: “Non è ferita grave!”
Come avrebbe potuto mai un moribondo come Ostorio uccidere un immortale!... Tranquillizzata da se stessa, ad agitarsi. Ad inveire contro il codardo Ostorio. Non erano queste le regole. Un morituro dichiaratosi solennemente pronto a morire davanti a una folla intera non poteva risentirsene e prenderla così male! Era soltanto colpa sua, dopotutto! Della propria inettitudine.
Tornarono tutti a sedersi ed a sgranocchiare frutta secca e semi di zucca in attesa di nuovi emozioni.

Valentinus fu trasportato nel sanarium, l’infermeria del Circo, dove i feriti ricevevano un primo soccorso in attesa di essere trasportati al Ludus. Ricavato sul lato destro dell‘Oppidus, il corpo principale principale dell’edificio, il sanarium era un enorme stanzone lungo e stretto, rischiarato da lucerne appese alle pareti. Dittici in argento, amuleti e affilatissimi pugnali, erano appesi a quelle stesse pareti e parevano allungarsi al tremolio delle fiamme. C’erano diversi tavoli ed alcuni erano occupati da feriti; sul fondo c’era una cassa con garze, ferri chirurgici e altro materiale medico.
Qui accorsero immediatamente Marco Valerio e Milos.
Il giovane gladiatore, che pure aveva visto tante volte l’amico
ferito e grondante sangue, senza per questo temere il peggio, comprese subito, dall’abbandono del corpo e del braccio che penzolava fuori dal letto che non c’erano speranze. Al suo capezzale trovarono medico Lidone, Seilace e Aquilinus.
“Come sta?” domandarono subito i due amici.
Lidone scuoteva il capo e Seilace era cupo in volto; ai suoi piedi giacevano l’elmo dal cimiero a forma di pesce e l’insidioso gladio.
“Non c’è più nulla da fare! - disse il medico scuotendo il capo e indicando l’ampia ferita sul petto messo a nudo - E’ morto!”
“E’ morto in pace!” fece una vocetta alle loro spalle. Apparteneva ad una ragazzetta sui quindici anni, lunga e magra come uno stelo di papiro, vestita di una tunica scura di una o due taglie più grande e con un sacchetto legato al collo, di cui pareva aver grande cura.
“E tu chi sei?” domandò Marco Valerio; la ragazza fece l’atto di prendere la parola, ma Aquilinus la prevenne:
“Lei è Marcella… una mia protetta. Ha portato la pace al povero
Valentinus con l’Hostia di Cristo…”
“Una cristiana? Sei una cristiana?” domandò ancora il tribuno.
La ragazza rispose con un cenno affermativo del capo, poi:
“… anche lui lo era!” spiegò, accennando al grande gladiatore.
Marco Valerio scrollò più volte il capo, poi, anch’egli fece un cenno affermativo.
Il medico si staccò dal letto: lì la sua opera non serviva più. Da uno degli altri letti provenivano lamenti; Lidone lo raggiunse Da fuori, invece, giungevano le urla delle tribune.
“Chiudi la porta.” disse Seilace; il ragazzo ubbidì.
La voce della folla entrò più smorzata, ma non tanto da non udirla.
“Seilace!... Vogliamo Seilace! – diceva - Nell’arena Seilace il mirmillone!”
La folla reclamava. Bisognava soddisfarla!
“Mi reclamano!” disse il bel gladiatore, raccogliendo l’elmo da terra e ponendoselo sul capo poi toccò il filo della lama del pugnale come ad assicurarsi della sua efficienza.
Naturalmente, la probatio armorum, il controllo delle armi, era già stato fatto. Nessun combattente sarebbe sceso nell’arena senza assicurarsi che le lame fossero bene affilate, gli scudi resistenti, i giavellotti robusti, i tridenti solidi e le reti senza smagliature.
“Devo andare. - disse ancora, sollevando la micidiale arma in direzione del morto, in segno di saluto. Poi agli amici - Addio o a più tardi!” aggiunse con voce che non tradiva alcuna emozione.
“Non addio, amico! - gli fece eco Marco Valerio in tono cupo - Ho già detto addio a un amico. Basta per quest’oggi.”
Seilace si voltò per uscire; sull’uscio quasi si scontrò col suo lanista, cupo e contrariato, che stava entrando.
“Per l’Averno! - imprecava - La mia familia ha subito troppe perdite oggi. Alleio, Druso, Nifigio... Ed ora Valentinus, il migliore della mia scuderia dopo di te, Seilace! - ebbe una pausa, si schiarì la voce - Procura di uscire vivo dall’arena! Per te è stato scelto Spiculo come avversario.”
Il principe dei Siluri rispose con un cenno del capo poi si allontanò; il lanista avanzò nella stanza.
“Reclamo il corpo del mio amico Valentinus! – Aquilinus gli andò incontro tendendo il sacchetto che Milos gli aveva visto in mano nei sotterranei - Voglio una sepoltura e una tomba degna di lui!”
“No! - interloquì il tribuno Marco Valerio - Lascia a questo piccolo brigante il suo oro. Provvederò a tutto io.”
“Saranno in molti gli amici che si offriranno per celebrargli pompe onorate!” sospirò il lanista, contento di quella soluzione.
“Manderò a prendere il suo corpo.- riprese Marco - Abbine cura!”
“Sarà fatto!” assentì l’altro.
Alcuni istanti dopo anche Marco e Milos lasciavano la stanza; il lanista li seguì subito dopo. A vegliare il morto rimase il piccolo brigante dei fornici e la sua amica Marcella.




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