“Thirty years- the promise of a decade of loneliness, a thinning list of single men to know, a thinning briefcase of enthusiasm, thinning hair.”
S. F. Fitzgerald, “The Great Gatsby”
Al di qua’ e al di la’ del fiume la citta’ giaceva indifferente, sotto il vano calpestio dei suoi abitanti: l’apatico incedere di impiegatucci dentro i loro mocassini, il tacchettio di donne scosciate in stiletto, il molle ciabattio dei pensionati, lo strusciare di pneumatici sul nero asfalto, lo sferragliare anonimo di rugginose biciclette.
Per tutti pero’ il cielo azzurrognolo della Bassa era spazzato da un vento carico di promesse e, nell’ aria gravida e fremente, ognuno pareva forse avvertire il tortuoso compiersi di un qualche destino. Per le grigie strade, portando a se’ l’avambraccio e torcendo un poco il polso, qualcuno controllava l’ora ad ogni istante, come un cavallo che allunghi il collo e dilati le narici soffiando e sbuffando in scalpitante attesa di sotto la solida cavezza. La scia biancastra di un aereoplano graffiava il cielo mentre alta sull’orizzonte si profilava argenteo il contorno di un quarto di luna; svolazzando a due palmi dall’acqua le anatre starnazzavano dalle rive lontane nel tedio della sera.
Arianna abitava al principio del borgo che correva lungo il Ticino: un pugno di case a due piani coi tetti rossi e la facciate slavate; case che tremolavano nella notte umida sciamante di zanzare; case che si allagavano volentieri, quando le acque torbide erompevano dagli argini e venivano a riprendersi scantinati e ripostigli, e i seminterrati, le dimore di studenti fuori sede.
I gradini di cemento scendevano incerti sulla riva ghiaiosa che la citta’ sovrastava di qualche metro; dal ponte che da la’ sotto svettava unendo due lembi desolati di terra, rari passanti si affrettavano nella precarieta’ della bruna sera. In prossimita’ della casa, nell’oscurita’ormai fonda, le finestre riverberanti di luce brillavano come tizzoni arroventati. Arianna muovendosi per le stanze proiettava sulle vetrate un’ombra sfuggente, operosa e inquieta. Ma anche questo era un’illusione; di lei in verita’ restava giusto l’ombra e il riecheggiare della sua voce nelle vuote stanze: alla porta era un’altra donna, piu’ giovane, studente fuori corso, possibilmente laureanda.
“Arianna? Oh, non abita’ piu’ qui. E’ partita, lavora in un’universita’ in Canada, o Stati Uniti. Non ricordo. No, non ne sono sicura. Mi spiace, non ne ho idea. Mi aveva mostrato l’appartamento. Se n’e’ andata a maggio, io sono qui da giugno. Mi spiace. Va bene. Buona fortuna.”
L’uomo se ne sta sulla soglia giusto un lungo attimo, poi se ne va. La notte e’ fonda e silenziosa, il Ticino mormora placidamente. Nubi minacciose si addensano, la’ in fondo, laggiu’ dove la pianura dell’ Oltrepo si fonde col cielo, e un vento umido e carico di pioggia tira a folate sopra la citta’, o quel che ne resta.
Pavia, Settembre 1997