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Maria Pace

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LA FOSSA
by Maria Pace   
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commbattimento fra gladiatori nell'Antica Roma

Un boato proveniente dalle gradinate troncò le parole sulla bocca del tribuno e l’attenzione di tutti tornò all’arena dove una dozzina di corpi giacevano per terra, morti o feriti; in piedi erano rimaste due sole coppie di combattenti: un lacqueator, che aveva già preso al laccio l’avversario e Valentinus che stava serrando Ostorio un po’ malfermo sulle gambe. Sdegnando i primi, l’interesse del pubblico si concentrò su questi due.
“Spedisci quel reziario a Caronte!” gridavano i sostenitori di Valentinus.
“Non avrai paura di quel secutore?” rispondevano quelli di Ostorio.
Non mancava, naturalmente il sostegno degli amici; quelli veri.
“Forza Valentinus! - lo incitava Marco - Sei il più forte!”
“Valentinus! Valentinus!” quello della piccola Keriat.
“Non dargli il fianco!... Attento alla destra. - e neppure mancavano gli avvertimeti di Milos. - Non sulla destra! Non sulla destra!... “
Era la prima volta, forse, che il principe trace guardava dall’alto, quella fossa insanguinata. Lui amava il rischio. Lui esultava quando sugli spalti i suoi tifosi urlavano di entusiasmo alla sua famosa “spaccata”. Quando, busto flesso e ginocchia protese, la rete appoggiata al braccio, quasi abbandonata sul fianco, aspettava l’attacco dell’avversario. Un atteggiamento che mandava in visibilio quella massa scatenata. La eccitava, creava confusione, la spingeva perfino a menar le mani.
E si eccitava anche lui al ruggito di quella belva. Belva più belva di tigri, tori e leoni. Belva che tanto più godeva quanto più lunghi erano gli spasimi dell’agonia di chi precipitava in quella fossa. Lo eccitava quel rombo finale di mille tuoni. Lo eccitava il silenzio precursore della lotta finale: il silenzio totale ed infinito delle decine di migliaia di respiri trattenuti.. l’attimo di estrema solitudine violentato dall’applauso intriso di piacere omicida. “Ahhh!” l’urlo che salì dalla fossa distolse Milos dalle sue emozioni: laggiù, il destino dei due gladiatori stava per compiersi.
Col braccio destro sollevato e pronto a lanciare la rete, Ostorio cercava di tenere lontano l’avversario con la punta del tridente.
Valentinus gli girava attorno saltellando allo scopo di afferrare un lembo della rete e tirarla a sé. Per farlo doveva ridurre al minimo la distanza e affrontare il tridente avversario. Un dente infatti riuscì, strisciando sul suo scudo, a raggiungere il suo braccio e squarciargli il muscolo.
“Ahhh!” urlò ancora Valentinus cacciò un urlo; l’intera tribuna fece lo stesso, poi balzò in piedi.
“Ferita leggera.” gridò il magnifico atleta, mentre, con un formidabile colpo di reni arretrava di un paio di metri.
L’avversario incalzò; egli arretrò ancora. Di due o tre passi.
Ostorio imprecò, ma parve tornare baldanzoso.
“Scappi come un coniglio?” cercò di provocarlo; l’altro non rispose e il reziario tornò all’attacco. Puntò il tridente, ma questa volta la parmula di Valentinus riuscì a sviarlo. Fu Ostorio ad arretrare adesso e Valentinus ad incalzare, riuscendo non solo a schivare il suo tridente, ma con un colpo secco dello scudo, a farglielo volar via dalle mani.
Disarmato, Ostorio tentò l’unica carta: sollevò il braccio destro e lanciò la rete, che sibilò nell’aria, sopra la testa di Valentinus.
La folla gridava dagli spalti: lo vedeva già in trappola come un beccaccino del Tevere. Guardava la rete quasi sospesa sul capo.
Trattennero il fiato per seguirne la mossa azzardata, disperata, audace: invece di arretrare, Valentinus si fece avanti. Sotto la rete. Avanzò curvo, poi retrocesse con un formidabile colpo di reni. Non prima, però, di aver conficcato il suo gladio nel fianco destro dell’avversario. La rete si afflosciò per terra sfiorandogli la spalla.
Premendosi il fianco, Ostorio si chinò a raccoglierla e la issò sulla spalla sinistra. Guardò anche in direzione del tridente, con l’intenzione evidente di recuperarlo.
Lo capì la folla, lo capirono i suoi sostenitori:
“Il tridente ! - gli gridarono - prendi il tridente e infilza quel beccaccino di un secutore!”
Lo capì anche Valentinus che partì all’attacco.
Di nuovo l’uno di fronte all’altro; il braccio Valentinus sanguinava vistosamente, ma anche il fianco di Ostorio.
Seguirono lunghi attimi di immobilità, nel silenzio più assoluto
sceso sugli spalti e nell’arena, poi Ostorio indietreggiò, sempre con lo sguardo fisso sul tridente a pochi passi da lui. Tentò di recuperarlo, ma senza riuscirvi. Più volte.
Tentò per l’ennesima volta, ma non riuscì ad evitare che l’affilatissima lama del gladio di Valentinus producesse un lungo squarcio alla rete appesa al braccio. Divisa in due tronconi, un lembo scivolò per terra. Ostorio si chinò per raccoglierlo.
Valentinus gli assestò sul capo una grossa piattonata con la lama.
Ostorio barcollò. Annaspò. Un guizzo d’orgoglio lo raddrizzò. Tentò una volta ancora di recuperare il tridente, ma l’avversario lo prevenne e con un calcio mandò l’arma lontano da lui.
Trascinandosi dietro il moncone della rete, Ostorio retrocesse barcollando. Il sangue gli usciva copioso dalla ferita, rigando il suolo cosparso di armi e corpi agonizzanti o morti. Cadde, infine, sul ginocchio sinistro poi rovescioni per terra.
Valentinus gli si avvicinò, gli pose un piede sul ventre.
Ostorio si sollevò su un braccio e tese in avanti il petto.
Valentinus aspettò il verdetto della folla e di Cesare: pollice verso.
“Mi dispiace, amico!” disse.
“Non dispiacerti troppo! - agonizzò l’altro e con un ultimo guizzo
di rabbioso orgoglio, raccolse le ultime forze assieme a un pugnale lasciato a terra da qualche altro disgraziato e lo conficcò nel petto dell’avversario proprio mentre questi stava per vibrare il colpo mortale - Ti porto con me nell’Averno!”
L’urlo di disappunto della folla raggiunse il cielo.
Senza un gemito Valentinus si accasciò sul corpo dell’avversario confondendo gli ultimi palpiti di vita con quelli di lui.
Giunsero i lorari con uncini e barelle per trascinar via i corpi dei vinti e dei vincitori.
La folla aveva smesso di rumoreggiare.
Sulle gradinate circolarono voci che Velentinus fosse morto, ma nessuno voleva crederci: quel diavolo di un secutore si era sempre beffato della morte. L’avrebbe fatto anche stavolta. Non poteva essere nulla di grave. L’aveva gridato lui stesso dal fondo di quella fossa: “Non è ferita grave!”
 

brano tratto dal libro LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses


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